Multi: la città e le sue voci

Multi: la città e le sue voci
Settembre 2025 ha riportato in piazza una Roma che si scopre, ancora una volta, città di comunità, convivenze e lingue intrecciate. Il festival MULTI è stato questo e molto altro: un mosaico di storie, incontri, sapori.

Quest’anno una novità importante: la media partnership con Internazionale, la rivista che da anni racconta il mondo e le sue interconnessioni. Due incontri curati e moderati dalla giornalista Annalisa Camilli, autrice di reportage e inchieste sui temi delle migrazioni, dei diritti e delle nuove cittadinanze.
 
Camilli conosce bene il quartiere che ospita il festival:
“Gioco un po’ in casa,” racconta, “sono cresciuta nei dintorni di Piazza Vittorio.”
 
Per lei, tornare a Multi significa ritrovare un’energia autentica.
“È un festival molto partecipato, soprattutto dalle persone che abitano il quartiere, molte di origine straniera. Piazza Vittorio è da sempre un luogo di incontro, già dagli anni Ottanta e Novanta è stata un laboratorio spontaneo di multiculturalismo. Multi valorizza questa tradizione, la mette in scena, la amplifica.”
 
La giornalista racconta il clima di questi giorni come un vero ritorno alla socialità:
“Le persone hanno un estremo bisogno di tornare al lato fisico dell’incontro. Dopo anni di crisi, pandemia e conflitti, la piazza riacquista la sua funzione antica: un luogo dove ci si ascolta, si parla, si mangia insieme. Eventi come Multi rifondano in modo semplice la base della socialità.”
 
Per noi di Slow Food Roma, che da anni collaboriamo con le comunità di Multi, il cibo diventa una chiave per leggere e unire queste storie. Un linguaggio che permette di raccontare l’altro senza semplificazioni.
Camilli lo conferma:
“Roma è sempre stata multietnica. L’impero romano lo era già dalla sua fondazione. Anche la cucina romana, in fondo, contiene tracce di questa mescolanza: ingredienti, tecniche, sapori che arrivano da lontano. Il cibo è un terreno di incontro, di curiosità verso l’altro. È spesso il luogo in cui si abbandonano le difese e si sperimenta qualcosa di nuovo.”
 
Mangiare insieme, dunque, come gesto politico e sociale.
“Ogni negoziato passa da un gesto di disponibilità,” aggiunge Camilli. “Il cibo aiuta ad aprirsi all’altro, perché nasce dal piacere e dalla curiosità. È un modo per ibridarsi, per costruire nuove identità, per scoprire che l’incontro con l’altro può essere un arricchimento.”
 
“Il multiculturalismo è fallito?”
Durante il secondo incontro curato da Internazionale, dal titolo “Il multiculturalismo è fallito?”, Camilli ha guidato un confronto con Daniele Archibugi, Michele Colucci e Igiaba Scego. Un dialogo denso sul passato e il futuro delle società europee, sui modelli di convivenza e sui rischi del populismo.
“In Italia abbiamo già attraversato una fase di forte tensione, tra il 2011 e il 2015, quando il tema migratorio è stato strumentalizzato,” spiega Camilli. “Oggi, però, abbiamo luoghi e comunità che hanno sperimentato la convivenza per decenni: penso a Piazza Vittorio o al Pigneto. Sono esempi di un modello italiano di inclusione dal basso, informale ma efficace.”
 
Un modello che, secondo la giornalista, differisce da quello di altri paesi europei:
“In Francia, per esempio, la laicità dello Stato ha reso più complesso accettare l’espressione religiosa nello spazio pubblico. In Italia, invece, la tradizione cattolica e la presenza di diverse comunità di fede ci hanno abituato a un pluralismo più tollerante, a luoghi di culto informali e spontanei.”
 
Tuttavia, Camilli mette in guardia dal considerare la convivenza come acquisita:
“Le buone pratiche locali spesso restano isolate, non diventano politiche nazionali. È come se la realtà fosse più avanti della narrazione politica. Le persone che vivono ogni giorno la diversità sanno che la convivenza è possibile; ma nei luoghi dove non si sperimenta, la propaganda e le paure attecchiscono più facilmente.”
 
In una città che continua a cambiare volto, MULTI ricorda che l’incontro è possibile, che il dialogo può ancora partire da un piatto condiviso o da una storia raccontata in piazza.
E che forse, come dice Camilli, “è proprio lì, nella semplicità di un gesto conviviale, che si ricostruisce la fiducia”.
 
di Linda Pennacchia 

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