Food policy, biodiversità, resilienza: gli ingredienti trasversali per tornare a vivere la città

food policy roma

Da quando il Recovery Fund è entrato a far parte dell’agenda politica del nostro paese, il concetto di “futuro” sembra riacquisire una prospettiva positiva che da qualche anno ormai avevamo data per persa. Tuttavia il cambio di passo, per poterlo realizzare, non si profila affatto semplice: per favorire il rilancio dell’economia dopo il suo spegnimento e sfruttare così le ingenti somme di denaro che arriveranno da Bruxelles, occorre presentare piani nazionali che prevedano di affrontare il futuro con strategie trasformative a lungo termine. Tutte le giunte regionali del paese sono all’opera per redigere ambiziosi progetti di rilancio e che dovranno essere presentati entro le scadenze stabilite dalla Commissione Europea.

Come si sta muovendo Roma in tal senso? Quali sono – o dovrebbero essere – le chiavi di sviluppo della nostra città per uscire più forte rispetto a oggi? Abbiamo intervistato Marta Bonafoni, consigliera regionale del Lazio e presidente di “POP – idee in movimento”.

daniel chang christensen food policy
Illustrazione di Daniel Chang Christensen

Alcune regioni e città si stanno già attrezzando per essere pronte a sfruttare tutte le opportunità del recovery fund. Come si sta muovendo la regione, soprattutto in base alle tue competenze, e come si intreccia questo con le necessità di Roma?

L’emergenza Covid ha smontato molte consuetudini e portato a galla vecchie falle del sistema che dobbiamo avere il coraggio di raccogliere per trasformarle in opportunità. I colpi inferti dal virus, le elezioni, i fondi del Next Generation, sono occasioni che vanno colte. La programmazione 2021-2027, per costruire una Regione del futuro – ha messo a disposizione 6,5 miliardi di euro dei fondi europei. costituendo uno dei più importanti piani mai messi in campo da una regione in tutta la penisola. Il piano diviso in macro-aree prevede stanziamenti per lo sviluppo sostenibile e la riduzione delle diseguaglianze, delle tasse, sostegno per le imprese e le start-up, scuole, sanità, trasporti. Necessità che si incontrano con quelle della Capitale, che dovrebbe puntare ad una rigenerazione “urbana” a tutto tondo. Fondi cui si aggiungeranno quelli del Next Generation Eu.

Quali sono le 5 priorità secondo lei da mettere in cima all’agenda regionale in vista del recovery plan? e per Roma?

Non credo che in questo senso sia gusto distinguere le priorità. La Regione ha messo in campo molte politiche per Roma, inevitabilmente. Credo che contrasto alle disuguaglianze, tutela dell’ambiente, sviluppo digitale, promozione del lavoro di qualità, rafforzamento del sistema sanitario pubblico e di prossimità, integrazione sociale siano tutte finalità che rientrano in una stessa priorità: quella di rendere la nostra Regione e la nostra città più forte ed inclusiva possibile, più vicina alle cittadini e ai cittadini.

Secondo lei, l’introduzione del ministero per la transizione ecologica piloterà in modo decisivo e concreto le progettualità “green” del recovery plan a Roma?

Il nuovo ministero che ha preso il posto dell’Ambiente avrà a disposizione circa il 37% dei fondi europei. Risorse che mirano alla transizione ecologica, seguendo ed inseguendo il passo degli altri Paesi europei garantendo una vera ed effettiva tutela del territorio, dell’ambiente, del mare, trasformando lo sviluppo da intensivo a sostenibile. Roma dovrà stare al passo, intanto immaginandosi diversa. E’ l’89esima città d’Italia per parametri di qualità ambientale: la Capitale che trascina in fondo l’intera nazione. Bisognerà partire da questi dati per ritornare ad essere una città bella ed accogliente, felice. Dopodiché non basta un nome a cambiare il corso di decenni di una sbagliata idea di sviluppo. Serviranno scelte coraggiose e un monitoraggio partecipato e intransigente delle scelte e della loro realizzazione.

mercato slow food

Quale ruolo giocano le politiche del cibo per il futuro della città e dei nostri concittadini?

Food policy, biodiversità, resilienza, transizione ecologica, lotta ai cambiamenti climatici sono tutti concetti trasversali: è indispensabile pensarli insieme, connetterli, affrontare la complessità e accettare la sfida per ripensare i modelli del vivere e dell’abitare le nostre città. Il patrimonio agricolo di cui Roma dispone è enorme, l’ISTAT certifica una superficie agricola utilizzata pari a 57.959 ettari, il 45% del totale dell’intero territorio di Roma Capitale, con 2.656 aziende agricole censite. Politiche in grado di ribaltare il modello e che facilitino il dialogo tra i produttori e i consumatori, che agevolino l’accesso e promuovano le attività agricole, che valorizzino i prodotti locali (a partire dalle mense pubbliche) e il turismo enogastronomico e lottino contro gli sprechi alimentari, sono necessarie, indispensabili. Educazione alimentare in pari passo con quella ambientale possono determinare la qualità e il futuro delle nostre vite oltreché del nostro territorio. Abbiamo la possibilità di utilizzare questa grande ricchezza produttiva, che viene proprio dalle nostre terre, dai nostri campi. Sono temi fondamentali dai quali non si può più prescindere se vogliamo costruire un futuro sostenibile per tutte e tutti. Una via che come Regione Lazio stiamo perseguendo da anni e che siamo pronti a continuare con determinazione.

Come immagina Roma tra 5 anni grazie al recovery plan e cosa serve per farlo?

Dobbiamo innanzitutto rimettere al centro l’amore per la nostra città, la passione che deve plasmare ogni azione messa in campo. Roma deve uscire dal provincialismo che negli anni si è costruita, abbattere i muri di una città mediocre, incapace di guidare il Paese, non in grado di rappresentare modello da adottare nelle altre città. È necessario in questo senso tornare a sentirsi Capitale d’Italia e del Mediterraneo, asse portante del palcoscenico europeo e mondiale, ricostruendo una dimensione a partire da oggi e che inevitabilmente potrebbe diventare quella del domani.

Me la immagino diversa, più bella, rifiorita. Capace di vivere la sua “eternità” come una spinta generativa per il futuro.

Giulia Catania