Ma qual’è il cibo giusto per la ripresa?

Una riflessione del nostro Fiduciario Paolo Venezia. Buona lettura!

Nei giorni scorsi le imprese produttrici di materie plastiche e quelle di bevande analcoliche hanno chiesto a gran voce la cancellazione della plastic e della sugar tax, incontrando subito il sostegno del Ministero delle Politiche Agricole. La ministra, convinta de“l’assoluta veridicità dello scenario disegnato dalle associazioni delle imprese del settore sia su contrazione della domanda che incertezza della ripresa”, ha infatti dichiarato: “Non è il caso di mettere ulteriormente a rischio tenuta delle aziende e occupazione. Ritengo che il prossimo Consiglio dei ministri debba già intervenire senza aspettare il decreto di aprile” (Adnkronos, 1 aprile 2020).

Secondo l’ultimo rapporto dell’Unicef, nel nostro paese oltre il 35% dei bambini e adolescenti (dai 5 ai 19 anni) sono in sovrappeso o obesi, il dato peggiore in Europa. Un problema che «è sotto agli occhi di chiunque si occupi di nutrizione infantile: tra bibite zuccherate, merendine, dolciumi, gelati confezionati e così via, bambini e adolescenti consumano decisamente troppi zuccheri», affermava in un’intervista del 16 ottobre 2018 su diabete.com il pediatra dietologo Giuseppe Morino, responsabile di Educazione alimentare dell’Ospedale Pediatrico Bambino Gesù di Roma. A favore della sugar tax si erano pronunciati tra gli altri l’allora direttore dell’Istituto Superiore della Sanità Walter Ricciardi (oggi all’OMS), Francesco Branca, Direttore Dipartimento di nutrizione salute e sviluppo Oms e la Società Italiana di Diabetologia (SID). Slow Food ha sempre considerato la sugar tax semplicemente come un punto di partenza, che deve però far parte di un progetto più ampio di educazione alimentare. “Le tasse – abbiamo scritto – non sono mai di per sé una buona soluzione per risolvere i problemi e tantomeno una scelta strategica”, ma va riconosciuto che in altri paesi europei l’introduzione della sugar tax ha contribuito in modo significativo alla riduzione degli zuccheri aggiunti nei soft drink (vedi https://www.corriere.it/dataroom-milena-gabanelli/tassa-zucchero-ecco-cosa-dice-quali-effetti-avra/e82b2bd4-24bd-11ea-9531-c9ac2e82635a-va.shtml).

Slow Medicine, che è stata fra i firmatari dell’appello rivolto al Ministro della Salute, in un documento approvato a gennaio ha riaffermato il dovere dei medici e dei professionisti della di “sentirsi responsabili anche della tutela dell’ambiente attraverso attività di educazione sanitaria nei confronti dei pazienti e di “advocacy” nei riguardi dellacomunità, dei decisori politici e delle istituzioni” (Verso un’ecologia della salute. Sansepolcro, gennaio 2020). E’ proprio in questa prospettiva che dobbiamo guardare alla ripresa: il superamento dei problemi determinati dal blocco di tante attività economiche e produttive non può avevnire senza prestare attenzione alla salute, quella delle persone e degli ecosistemi. Ripresa e salute dovranno essere d’ora in poi un binomio indissolubile, altrimenti vorrà dire che da questa crisi non abbiamo imparato nulla.

Dal settore agroalimentare, che è sempre sato uno dei settori trainanti della nostra economia, può venire una grande spinta alla ripresa, ma perchè questa spinta produca un vero benessere dovranno essere le persone a orientarne le scelte. Persone informate, consapevoli, capaci di scegliere. La pubblicità dei grandi marchi dell’industria alimentare e della Grande Distribuzione Organizzata si è fatta sempre più invadente, occupando ampi spazi in televisione, alla radio, sui giornali, nei social media fino alle nostre cassette della posta spingendoci ad acquistare prodotti trasformati e bevande zuccherate che possono danneggiare la nostra salute, ma anche alimenti prodotti in condizioni di sfruttamento dei braccianti o con l’uso dei pesticidi che uccidono le api. Oggi tutti parlano di sostenibilità, ma a volte sembra impossibile riuscire a passare dalle parole ai fatti. E’ quindi indispensabile un nuovo protagonismo delle reti associative, delle comunità, delle perosne che il cibo lo cucinano, lo portano a tavola, lo condividono. Abbiamo bisogno di informazione indipendente, di ricerca, di educazione alimentare. I dictat dell’industria alimentare, allla luce della crisi ambientale e soprattutto della pandemia, non sono solo anacronistci, ma anche irragionevoli. Mettiamoci a un tavolo e discutiamo dei sistemi alimentari, dei modelli produttivi, dei canali distributivi affinchè siano sempre più puliti e giusti. Per poterci mettere a tavola e gustare un cibo buono e sano, quello di cui abbiamo bisogno per la ripresa.