La coscienza della terra di pietra

Le isole del Mediterraneo, così come molte terre lungo le sue coste, erano cosparse di pietre. Cosa vedevano i nostri progenitori guardando le loro terre pietrose? Cosa seppero immaginare? In Sardegna, durante l’età del bronzo nacque la civiltà nuragica, ma anche in molti altri luoghi le pietre furono sollevate, spostate, a volte ammucchiate già durante il neolitico. Possiamo immaginare che sia stato poi il diffondersi dell’agricoltura a spingere le comunità a liberare il terreno dalle pietre e a costruire i primi muri a secco per proteggere le coltivazioni dal vento e dagli animali. Luigi Ponzi, nel suo libro Monumenti della civiltà Contadina del Capo di Leuca (Congedo editore, Galatina 1981) lo racconta così:

“Pietra su pietra, costruzioni in funzione del materiale rinvenuto sul posto. Dura fatica assoggettare la terra in questo estremo Capo. Bonificarla, vuol dire rompere la roccia affiorante per liberare la terra rossa, rimuovere questa perchè il sole la fecondi. Una volta bonificata, liberata dai sassi, si ammucchiarono questi, senz’ordine, lungo i margini del campo. Sorsero così i primi argini di pietre voluti dalla necessità e diventati limiti del campo medesimo. Poi il mucchio informe di pietra prese un aspetto definito, prese forma e dimensioni, si sollevò dal terreno, si snellì, assunse delle particolari caratteristiche e funzioni specifiche a seconda dello scopo al quale venne destinato. Per questo si sviluppo un’arte tutta particolare che da padre in figlio venne tramandata attraverso i secoli (…).

“Cosa vedevano i nostri progenitori guardando le loro terre pietrose? Cosa seppero immaginare? Immaginarono una terra fertile, videro il campo da coltivare. Capirono che la loro fatica non sarebbe finita dopo aver liberato la terra dalle pietre, ma che quel duro lavoro andava fatto, con pazienza e determinazione. Oggi le nostre terre pietrose sono le aree contaminate dai rifiuti tossici, il suolo fertile sul quale incombe la minaccia del cemento, le coste minacciate dall’erosione, le tante terre a rischio desertificazione, dalla Sicilia fino all’Emilia Romagna, ma anche le periferie degradate, le aree industriali dismesse. Bonificarle vuol dire mettere in campo risorse umane, tecnico-scientifiche ed economiche a partire da un grande piano di restaurazione ecologica, capace di individuare le specifiche azioni necessarie in ognuma di queste aree e di realizzarle in tempi certi. Dobbiamo, tutti, guardare con nuovi occhi al nostro paesaggio, senza distogliere lo sguardo quando vediamo file di capannoni abbandonati, opere mai terminate che vanno in rovina, viadotti che finiscono nel nulla, interi paesi colpiti dal terremoto ancora da ricostruire. E immaginare nuove dune fitte di vegetazione là dove l’erosione sta divorando le nostre coste, alberi lungo gli argini dei fiumi, terre di nuovo fertili e sane senza più tracce di residui tossici, foreste urbane e corridoi ecologici che attraversano le nostre periferie.

Nelle prossime settimane si decideranno le priorità su cui investire le ingenti risorse che verranno destinate dai governi per “la ripresa economica”, quali saranno i settori più beneficiati, quali gli interventi su cui puntare. Noi rimarremo a casa fino a quando sarà necessario, ma non resteremo in silenzio. La ripresa non può significare il ritorno alla cementificazione, alla devastazione del nostro paesaggio, alla contaminazione dell’aria che respiriamo, all’uso indiscriminato della plastica che asfissia ormai i nostri mari. Insieme alle associazioni, i movimenti, le università e i centri di ricerca, le persone impegnate nella tutela del paesaggio, della salute, dei diritti, dell’agricoltura contadina, diremo su cosa è necesssario investire per salvaguardare il nostro patrimonio culturale, proteggere la salute di tutti, tutelare la biodiversità, bonificare le terre contaminate, proteggere il suolo fertile. Ci impegneremo ancora di più per assicurare un cibo buono, pulito, giusto e sano per tutti. Non so se riusciremo a farlo con la stessa determinazione con cui i nostri antenati liberarono i loro campi, ma la coscienza di queste nostre terre di pietra ci sosterrà nel cammino.

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Il titolo di questa nota è un omaggio a Manolis Glezos partigiano greco morto lunedì scorso per un attacco cardiaco (probabilmente dovuto all’insufficienza respiratoria causata dal covid 19) all’età di 97 anni. Quando ne aveva 19, il 30 maggio del 1941, insieme al compagno Apostolos Santas, si arrampicò sull’Acropoli e strappò via la bandiera nazista che vi sventolava dal 27 aprile (quando le truppe tedesche erano entrate ad Atene) per issare quella greca.“La coscienza della terra di pietra” è il titolo di un suo libro del 1997.

Nel mare che va e viene per secoli, lambite dalle correnti e dalla schiuma delle onde, spuntano alcune decine di montagne, la maggior parte draconiane e aride, mangiate dal vento e dal sale. Sopra di loro, una manciata di anime vive: la stessa, indivisibile vita piena di guai, risate, cultura e arte e la loro mania di voler vivere più a lungo, oltre ciò che è determinato. Queste anime, quelle cicladiche, ci riuscirono. (Dalla presentazione in quarta di copertina del libro).

[Immagine da architetturasostenibile.it]

Paolo Venezia M., 2 aprile 2020